Un giorno al cinema, di mercoledì.
Il mercoledì è il giorno in cui i cinema sono più affollati, soprattutto perchè il prezzo del biglietto è ridotto di qualche euro, un amico molto snob una volta affermava che lui non si sarebbe mai mischiato con il popolino per andare a vedere un film, io sono di bocca più buona e trovo che spesso le reazioni della folla siano più divertenti del film stesso.
Il giorno 27 Gennaio è stato un mercoledì piuttosto freddo e l’opzione cinema era forse quella più allettante, la hall con le luci rossastre e la moquette rossa, la biglietteria con la fila degli spettatori, le chiacchiere e gli incontri prima dell’oscurità della sala.
La scelta era ricaduta sull’ultimo lavoro di Paolo Virzì, che molti ricorderanno (in Italia almeno) per una magistrale terza opera quale “Ovosodo”, responsabile dello sdoganamento del vernacolo labronico presso il pubblico peninsulare.
“La prima cosa bella” è al momento in cui scrivo nelle sale, credo anche che stia ricevendo un discreto successo ed un commento positivo da parte degli spettatori, io credo di poter dissentire, in quanto spettatore pagante.
Sarò veloce nell’elencare gli elementi che ritengo negativi:
1- Il plot, la sceneggiatura, è farraginosa, con un uso confusionario del flash back, soprattutto la prima parte sembra sbandare, fra una ricerca simbolica, vedi il brusco risveglio del protagonista all’inizio del film ed un tentativo di innalzare una serie di vicende quasi disconnesse, se non fossero tenute insieme dalla presenza degli stessi personaggi, ad un livello paradigmatico.
Le opere che si fanno “paradigma” di una serie di valori alti, memorabili, sono poche e spesso, al giorno d’oggi non appartengono al mondo italiano ed europeo, bensì a quello americano, che ancora si concede il lusso di sognare.
2- La fotografia.
Non convince l’uso forzato di ottiche grandangolari in situazioni che non hanno niente della dimensione onirica dell’opera di David Lynch (passi la scena della morte della madre), laddove magari un uso “realistico” di un’ottica normale in panning avrebbe evitato una forzatura. Le citazioni sono oltremodo retoriche (v. Roma Città Aperta, con la Magnani che rincorre la camionetta), di una retorica dei nostri giorni, ovvero fine a se stessa, priva di contenuto.
Oltre a tutto si sovrappone un uso artificioso dell’editing delle scene che appartengono alla memoria, velate in maniera esagerata di un giallo-vecchio che fa un po’ cross process ed un po’ finto antico, un effetto molto popolare nelle gallerie di Flickr.
3- Il cast.
In una realtà clientelare i compromessi sono all’ordine del giorno e a tale regola non sfugge neanche il nostro regista labronico, anche Joel Cohen ha spesso impiegato la moglie Frances McDormand in ruoli chiave (v. Fargo, Miller’s Crossing, Raising Arizona), ma con la sapienza di sceglierla per le sue qualità e magari ritagliandole il ruolo addosso.
La signora Virzì, Micaela Ramazzotti, non ha assolutamente un fisico ed una presenza anni 70, è una bellezza dei giorni nostri, che mal si sposa con il ruolo che ricopre, oltre a recitare in maniera macchiettistica una parte che la Sandrelli riporta al livello qualitativo e di spontaneità necessari. Se in un primo momento, film come Ovosodo potevano affiancare professionisti e non professionisti, così anche il caso di Baci e Abbracci, in questo capitolo della carriera di Virzì invece, vengono messi in vetrina caratteristi che per una sorta di visibilità pregressa, intaccano il fluire della narrazione, come degli spot all’interno del film, vedi ad esempio la presenza di Paolo Ruffini, ottimo invece il contributo di Bobo Rondelli, che avvalendosi del suo spessore antropologico e culturale si fa rappresentante eccellente della realtà livornese.
Ci si domanda a volte se siamo di fronte al cast del solito cine-panettone.
Da toscano (seppure di adozione) concludo dicendo che il bischero, alla fine, sono io, che i soldi del biglietto glieli ho dati, verificando per l’ennesima volta che in fondo il cinema italiano non vale i soldi del biglietto, nemmeno quelli del mercoledì.
